S.Giovanni: là la stratigrafia del sottosuolo di Siena

bottini

Se state salendo lungo la scalinata del battistero di S.Giovanni, volgete lo sguardo a sinistra, (il punto è indicato con il cerchio rosso in foto): là potrete vedere la stratigrafia del sottosuolo di Siena!

Durante l’epoca pliocenica, circa tre  milioni di anni fa, il paesaggio visto dall’alto dei rilievi del Chianti sarebbe stato un braccio di mare, largo una trentina di km, estendersi verso Sud-Est per almeno 80 Km.

Le zone emerse, a Nord-Est, erano rappresentate, oltre che dal Chianti stesso, dai rilievi che si estendono fra Monte San Savino e Amelia e a Sud-Ovest da una dorsale che, dalla Montagnola Senese, arrivava bel oltre il Monte Amiata.

.Una simile situazione fisiografica condizionò fortemente la costituzione del territorio, formando quel bacino marino che agì da formidabile zona di richiamo e accumulo dei sedimenti trasportati dai corsi d’acqua che scorrevano lungo i versanti meridionali del Chianti, scaricando i frammenti di rocce nel mare che incontravano immediatamente a Sud. A conforto di questa ipotesi sono stati rinvenuti nel sottosuolo senese grossi ciottoli di un’arenaria quarzoso-feldspatica, che poteva provenire solamente dai monti del Chianti, i quali – ancora oggi – costituiscono la sola zona di affioramento vicina.

I fiumi che trasportavano i frammenti di roccia mano a mano che si avvicinavano al mare depositavano quelli più grossi (i ciottoli) e i medi (i granelli di sabbia) in prossimità della costa; quelli di piccole e piccolissime dimensioni (i limi e le argille), invece, erano abbandonati più a largo, dunque più a Sud (nella zona delle cosiddette Crete Senesi), in corrispondenza di un fondale di profondità variabile dai 50 ai 200 metri. Ampie testimonianze sono riscontrabili ad occhio nudo in varie zone del territorio senese, come per esempio, in Piazza S. Giovanni, la strada delle Grotte, Fontebranda, in cui affiorano banchi di conglomerati, che ci indicano l’esistenza di spiagge ciottolose, o, come appare nella zona di Pescaia, in cui si ha la presenza di arenarie, che denunciano condizioni di mare poco profondo. Più a Sud, verso Monteroni d’Arbia, Asciano, San Giovanni d’Asso, coerentemente con quanto detto, si registrano invece le argille, testimoni di un mare più profondo.

Se non bastasse, non è raro accorgersi di fossili marini che affiorano nei tratti di roccia viva.

E’ chiaro adesso quanto sia impropria l’espressione “mettere il tufo in piazza“, sentita spesso nei giorni della festa cittadina del Palio, durante la quale nell’anello dove corrono i cavalli viene posto uno strato di “arenarie”. Non già di tufo, dunque, si tratta, ma proprio del tipo di roccia più diffuso a Siena, le “arenarie” appunto, rocce di origine marina, cioè sabbie. Il tufo infatti è una roccia piroclastica, dovuta cioè all’accumulo di ceneri, lapilli e brandelli di lava espulsi da un vulcano, situazione riscontrabile nelle vicine aree laziali e in Campania, ma non a Siena. Del resto il termine “tufo” risale al latino arcaico “tofus“, divenuto “tufus” in connessione con l’etrusco “tupi“, da cui probabilmente nasce anche l’attuale forma plurale del toponimo “Tufi” (A. Fiorini, 1991, in Siena. Immagini, testimonianze e miti nei toponimi della città). Il vocabolo è in uso a Siena probabilmente dall’epoca romana e sicuramente da diverse centinaia di anni, come testimoniano i toponimi “Porta Tufi”, “Via dei Tufi”, riportati nelle più antiche carte della città.

Una simile confusione può essere stata causata dalla somiglianza e dall’utilizzo delle rocce in questione. Infatti ad una osservazione superficiale le arenarie marine somigliano, seppur vagamente, a certi tufi laziali dello stesso colore. Inoltre, come questi – per lo meno le più compatte – erano estratte in blocchi ed utilizzate come pietre da costruzione, come si può notare per la Chiesa di S. Quirico, il Palazzo della Provincia, il Palazzo di S. Galgano. Così si spiega la causa dell’inveterato errore.

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